Un caffè con... Simone Ferraro
Ci sono colleghi con cui lavori bene, e poi ci sono persone con cui, oltre al lavoro, si crea un’intesa vera. Con Simone è andata un po’ così. Negli anni abbiamo collaborato a lungo sulle attività di training legate all’AWS Academy di Claranet, io dal lato coordinamento e organizzazione, lui dal lato aula, contenuti e formazione. In quel contesto ho avuto modo di conoscere non solo il professionista, ma anche la persona.
Oggi Simone è tornato in Claranet e questo ritorno mi è sembrato il punto giusto da cui partire per una chiacchierata che non fosse solo professionale, ma anche personale. Un’occasione per ripercorrere esperienze, crescita, consapevolezze e tutto ciò che ci si porta dietro quando si torna in un posto che si conosce già, ma con uno sguardo diverso.
Matteo: Simone, bentornato davvero! Te lo dico in modo molto diretto, perché quando ho saputo del tuo ritorno la sensazione è stata subito positiva, quasi naturale. Non come una notizia sorprendente, ma come qualcosa che in fondo aveva un suo senso. Parto da qui. Che effetto fa tornare in Claranet dopo un’esperienza fuori?
Simone: Ciao Matteo! Devo dire che è stato un ritorno molto naturale, quasi come se alcuni legami non si fossero mai davvero interrotti. Tornare in Claranet dopo un’esperienza completamente diversa ti fa vedere le cose con più lucidità: riconosci quello che già conoscevi, ma allo stesso tempo lo apprezzi in modo diverso. È stato un po’ come tornare in un posto ancora più familiare, ma con una consapevolezza in più.
Matteo: Quando si torna in un contesto che si conosce già, spesso lo si fa con una consapevolezza diversa rispetto alla prima volta. Ti faccio quindi una domanda semplice solo in apparenza: cosa ti ha riportato qui, davvero?
Simone: La risposta più sincera è che mi mancava il tipo di lavoro. Ho voluto provare un’esperienza in un’azienda di prodotto ed è stata utile, perché mi ha dato un altro punto di vista. Però mi sono reso conto che la consulenza è il contesto in cui riesco a esprimere davvero la mia passione: lavorare su contesti diversi, vedere tecnologie sempre nuove, confrontarmi con sfide differenti e, soprattutto, avere spazio per la formazione e la condivisione. È questo che mi ha riportato qui.
Matteo: Noi abbiamo condiviso molto, soprattutto sul fronte Academy. Io da una parte seguivo la costruzione e il coordinamento del percorso, tu dall’altra eri una presenza forte in aula. È stata una delle esperienze in cui ci siamo conosciuti meglio anche come persone. Se ripensi a quel periodo, che cosa ti ha lasciato davvero?
Simone: Quel periodo mi ha lasciato tanto, soprattutto a livello umano. L’Academy non era solo formazione tecnica: era relazione, crescita insieme, costruzione di qualcosa che andava oltre la singola aula. Mi ha dato conferma di quanto sia importante il modo in cui trasferisci conoscenza, non solo il contenuto che porti, ma il modo in cui lo fai arrivare.
Matteo: Una delle tue caratteristiche, almeno dal mio punto di vista, è sempre stata quella di riuscire a mantenere un taglio molto concreto, anche quando gli argomenti si facevano complessi. Tu come vivi il ruolo di istruttore? Lo senti come un’estensione del tuo lavoro tecnico o come una parte vera e propria della tua identità professionale?
Simone: Per me il ruolo di istruttore è diventato nel tempo una parte vera e propria della mia identità professionale. Nasce sicuramente dalla parte tecnica, ma va oltre: è il modo in cui rendo utile quello che so. Insegnare ti costringe a semplificare, a chiarire, a capire davvero le cose. E questo, alla fine, ti rende anche un professionista migliore.
Matteo: C’è stato un momento particolare di quel percorso insieme che ti è rimasto dentro? Anche qualcosa di piccolo, ma che col tempo ti è tornato in mente più di altre cose.
Simone: Più che un momento specifico, mi sono rimasti tanti piccoli episodi: le domande inaspettate in aula, i momenti in cui vedevi qualcuno “accendersi” perché aveva finalmente capito un concetto complesso. Sono quelle cose che sul momento sembrano normali, ma poi ti restano e ti fanno capire perché fai questo lavoro. Oppure quando vedi un partecipante completare un progetto o ottenere una certificazione grazie a quello che hai costruito insieme a lui.
Matteo: Nel tempo ti ho visto crescere molto sui temi del cloud e della security. Guardando oggi il tuo percorso, c’è stato un momento in cui hai capito che quella sarebbe stata davvero la tua direzione?
Simone: Sì, c’è stato un momento abbastanza chiaro: quando ho iniziato a vedere il cloud non solo come tecnologia, ma come modo di pensare all’infrastruttura. Da lì si è aggiunto naturalmente il tema della security, che per me oggi è parte integrante e non qualcosa da affrontare dopo. È stato un passaggio mentale più che tecnico.
Matteo: Se dovessi rispondere senza pensarci troppo, qual è oggi l’ambito in cui ti senti più rappresentato? Quello in cui dici “qui dentro c’è davvero tanto di me”.
Simone: Direi l’architettura cloud, con una forte attenzione alla security e alla semplificazione. Mi piace stare nel punto in cui tecnologia, design e utilizzo reale si incontrano. È lì che sento di poter dare il mio contributo migliore.
Matteo: Tornando oggi in Claranet con un bagaglio diverso rispetto alla tua prima esperienza, cosa hai ritrovato esattamente come lo ricordavi e cosa invece hai guardato con occhi nuovi?
Simone: Ho ritrovato le persone e l’energia che ricordavo, ed è stata forse la cosa più importante. Quello che ho visto con occhi diversi è il valore del contesto: dopo aver lavorato altrove, ti rendi conto meglio di cosa funziona davvero e di quanto conti l’ambiente in cui lavori, non solo il lavoro in sé.
Matteo: Se dovessi spiegare a qualcuno dall’esterno perché Claranet è un posto in cui può valere la pena stare, e in alcuni casi anche tornare, cosa diresti?
Simone: Direi che Claranet è un posto in cui puoi davvero crescere, perché hai spazio per metterti in gioco. Non è solo lavoro: c’è confronto, c’è possibilità di sperimentare e anche di sbagliare. E questo, secondo me, fa la differenza. È un posto in cui ha senso stare se vuoi costruire qualcosa, e anche tornare se capisci che quello era il contesto giusto.
Matteo: Il tuo è un profilo molto tecnico, ma sempre con una forte capacità di rendere i temi accessibili. Per questo ti faccio una domanda che parte dal contenuto, ma resta comprensibile anche a chi non vive ogni giorno questi argomenti. Oggi si parla tantissimo di cloud e quasi automaticamente di sicurezza. Guardando le aziende e i progetti che incontri, qual è secondo te l’errore più frequente quando si affronta il tema della sicurezza sul cloud?
Simone: L’errore più frequente è pensare alla sicurezza come qualcosa da aggiungere dopo. In realtà dovrebbe essere parte del progetto fin dall’inizio. Spesso vedo approcci molto focalizzati sulla tecnologia, ma poco sulla progettazione e sui processi. La security nel cloud funziona davvero quando è integrata nel modo in cui costruisci e gestisci tutto il resto.
Matteo: Se un ragazzo o una ragazza che oggi si sta avvicinando seriamente a questo mondo ti chiedesse da dove partire per crescere bene in ambito cloud e security, che cosa gli diresti?
Simone: Gli direi di costruire basi solide e di non avere fretta. Parti dai fondamentali: networking, sistemi, sicurezza. Poi specializzati, ma senza perdere la visione d’insieme. E, soprattutto, fai pratica: studiare serve, ma è lavorando su casi reali che impari davvero.
Matteo: Nel tuo caso c’è sempre stato un equilibrio interessante tra competenza tecnica, capacità di spiegare e attenzione alle persone. Quanto conta, secondo te, la componente umana in un lavoro come il tuo, in cui spesso si pensa che tutto ruoti solo intorno alla tecnologia?
Simone: Conta tantissimo. La tecnologia da sola non basta, perché alla fine lavori sempre con persone: clienti, colleghi, studenti. Saper ascoltare, spiegare e adattarsi fa una differenza enorme. È una parte del lavoro che spesso si sottovaluta, ma che in realtà è fondamentale.
Matteo: Chiudo con una parte più personale, che secondo me nelle chiacchierate tra colleghi è sempre quella che alla fine lascia qualcosa in più. Fuori dal lavoro, cosa ti aiuta davvero a staccare? E c’è qualcosa di tuo che magari non tutti conoscono?
Simone: Per staccare cerco di fare cose completamente diverse, soprattutto legate agli interessi personali e alla musica. È il modo migliore per ricaricare. Una cosa che forse non tutti sanno è quanto spazio abbia avuto per me il mondo dell’audio, che è rimasto una forte passione anche oggi. Negli ultimi mesi mi sto avvicinando anche al mondo dei droni, collegandolo alle tecnologie che utilizziamo in alcuni progetti.
Matteo: Trovo molto interessante che nel tuo percorso ci sia anche questo background legato al mondo dell’audio e del suono. Ti è rimasto qualcosa di quell’esperienza nel modo in cui lavori oggi o nel modo in cui ti approcci alle persone?
Simone: Sì, direi di sì. Il mondo dell’audio ti insegna molto sull’attenzione ai dettagli e sull’ascolto, in tutti i sensi. Questo si riflette anche nel lavoro: nel modo in cui affronti i problemi, ma anche nel modo in cui ti relazioni con le persone.
Matteo: Ultimissima, proprio come chiusura di una vera pausa caffè. Se dovessi dare un titolo a questo tuo ritorno in Claranet, quale sarebbe?
Simone: “Forse era già casa.”
